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-- « Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. » - George Orwell
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CULTURA
LA LIBERTÀ DI STAMPA - G. Orwell - L'etichetta marxista è in contraddizione col pensiero orwelliano
2 dicembre 2011

LA LIBERTÀ DI STAMPA(1)

di George Orwell




L’idea centrale di questo libro risale al 1937, ma la sua stesura ha avuto luogo verso la fine del 1943. Nel momento in cui è stato finalmente ultimato, è apparso chiaro che (nonostante l’attuale scarsità di letture sia una garanzia che tutto ciò che può essere definito «libro» è suscettibile di vendere) sarebbe stato molto difficile farlo pubblicare. In effetti è stato rifiutato da quattro editori, solo uno dei quali aveva motivazioni ideologiche; due pubblicavano da anni libri antisovietici, mentre il quarto non aveva un orientamento politico identificabile. Inizialmente, a dire il vero, un editore aveva accettato il libro; ma dopo le intese preliminari aveva deciso di consultare il ministero dell’Informazione(2), che pare gli abbia intimato, o comunque consigliato energicamente, di non pubblicarlo. Ecco un estratto della lettera che l’editore mi scrisse: […] Ho già detto della reazione di un importante funzionario del ministero dell’Informazione a proposito de La fattoria degli animali. Debbo confessare che i termini in cui tale opinione era espressa mi hanno dato seriamente da pensare. […] adesso mi rendo conto che la pubblicazione del libro in un momento come questo potrebbe essere considerata un gesto oltremodo incauto. Se la favola si riferisse ai dittatori e alla dittatura in generale sarebbe un bene pubblicarla; ora però ho capito che la storia segue lo sviluppo dei Soviet e dei due dittatori russi in modo tanto accurato da risultare applicabile soltanto alla Russia, escludendo le altre dittature. E poi sarebbe meno offensivo se la casta dominante non fosse quella dei maiali. Credo che la scelta dei maiali come classe dirigente offenderà senz’altro molte persone, in particolare quelle un po’suscettibili, e i russi indubbiamente lo sono. Episodi come questo non sono un buon sintomo. Ovviamente non è desiderabile (sempre che non ci siano motivi di sicurezza, cosa a cui nessuno obietterebbe in tempo di guerra) che un ministero governativo abbia un qualche potere di censura su libri che non siano finanziati dal governo stesso. Ma in questo momento il maggior pericolo per la libertà di pensiero e di parola non è l’interferenza diretta del ministero dell’Informazione o di altri organismi ufficiali. Se editori e direttori si impongono di escludere dalle loro pubblicazioni determinati argomenti, non è perché abbiano paura dei processi, ma perché hanno paura dell’opinione pubblica. Nel nostro Paese il peggior nemico che uno scrittore o un giornalista si trova ad affrontare è la vigliaccheria intellettuale, e non mi pare che il fatto sia stato dibattuto come merita. Chiunque sia imparziale e abbia esperienze di giornalismo riconoscerà che nel corso di questa guerra la censura ufficiale non è stata particolarmente molesta. Non ci hanno sottoposto a quel tipo di «coordinamento» totalitario che potevamo ragionevolmente attenderci. La stampa avrebbe qualche giustificabile rimostranza da fare, ma nel complesso il governo si è comportato bene e ha tollerato in modo sorprendente le opinioni di minoranza.


L’aspetto sinistro della censura letteraria in Inghilterra è che si tratta di un fenomeno in buona parte spontaneo. E’ possibile ridurre al silenzio le idee impopolari e tenere nascosti i fatti scomodi senza alcun bisogno di veti ufficiali. Chi ha vissuto a lungo all’estero sarà al corrente di casi in cui notizie sensazionali, che di per sé meriterebbero titoli a caratteri cubitali, sono state del tutto ignorate dalla stampa britannica non per intervento del governo ma per un tacito accordo generale secondo cui «non stava bene» menzionare quei particolari avvenimenti. Se si parla di quotidiani, è facile capirne il motivo: - la stampa britannica, estremamente centralizzata, appartiene in gran parte a persone ricche - che hanno tutte le ragioni per comportarsi in modo disonesto su certi argomenti importanti. Ma lo stesso tipo di censura occulta si applica anche a libri e periodici, oltre che al teatro, al cinema, alla radio. In qualsiasi momento esiste un’ortodossia, un complesso di idee che si presume debbano essere accettate senza obiezioni da chiunque la pensi correttamente. Non che sia precisamente vietato dire questa o quella cosa, però «non sta bene» dirla, proprio come nel periodo vittoriano «non stava bene» menzionare i pantaloni in presenza di una signora. Chiunque sfidi l’ortodossia dominante viene ridotto al silenzio con sorprendente efficacia. Le opinioni autenticamente anticonformiste non trovano quasi mai spazio sulla stampa popolare quanto sulle riviste intellettuali. L’ortodossia dominante esige in questo momento un’ammirazione acritica nei confronti della Russia sovietica. Tutti lo sanno, quasi tutti vi si adeguano. È pressoché proibito criticare seriamente sulla stampa il regime sovietico o rivelare fatti che il governo russo preferisce tenere nascosti. È abbastanza curioso che questa cospirazione su scala nazionale per compiacere il nostro alleato si verifichi in un ambito di autentica tolleranza intellettuale. Non ci viene infatti permesso di criticare il governo sovietico, mentre siamo ragionevolmente liberi di criticare il nostro. Quasi nessuno pubblicherebbe un attacco contro Stalin, ma non si rischia niente attaccando Churchill, almeno su libri e periodici. In questa guerra durata cinque anni, due o tre dei quali li abbiamo trascorsi combattendo per la sopravvivenza nazionale, sono stati pubblicati senza alcuna interferenza moltissimi libri, opuscoli, articoli in cui si auspicava una pace di compromesso. Non solo, ma la loro comparsa non ha suscitato molta disapprovazione. Fintantoché non è stato coinvolto il prestigio dell’URSS, il principio della libertà di parola è stato ragionevolmente rispettato. Ci sono anche altri argomenti proibiti (e alcuni li nominerò fra poco); ma il sintomo di gran lunga più grave è l’atteggiamento predominante nei confronti dell’URSS, un atteggiamento, per così dire, volontario, poiché non è dovuto all’azione di alcun gruppo di pressione. Il servilismo con cui, a partire dal 1941, la maggioranza degli intellettuali inglesi ha ingollato e riproposto la propaganda russa sarebbe del tutto stupefacente, se una cosa simile non fosse già accaduta in molte altre occasioni. Su tutta una serie di questioni spinose, il punto di vista della Russia è stato ripetutamente accettato senza alcuna verifica, e poi diffuso con totale spregio della verità storica e del pudore intellettuale. Un solo esempio: la BBC ha celebrato i venticinquesimo anniversario dell’Armata Rossa senza fare il minimo accenno a Trockij. Sarebbe stato altrettanto preciso commemorare la battaglia di Trafalgar senza nominare Nelson; ma questo non ha suscitato alcuna protesta da parte dell’intelligencija inglese. Nelle lotte interne ai vari paesi occupati, la stampa britannica si è schierata quasi senza eccezione dalla parte delle fazioni sostenute dai russi, calunniando quelle rivali e sopprimendo spesso a tal fine delle prove rilevanti. Particolarmente vistoso è stato il caso del colonnello Mihajloviæ,(3) leader cetnico della Jugoslavia. I russi, che avevano come protégé jugoslavo il maresciallo Tito, hanno accusato Mihajloviæ di collaborazionismo con i tedeschi. L’accusa è stata immediatamente rilanciata sulla stampa britannica: ai sostenitori di Mihajloviænon è stata concessa alcuna possibilità di replica e i fatti che confutavano l’accusa sono stati semplicemente espunti dalla carta stampata.


Nel luglio del 1943 i tedeschi hanno offerto una taglia di 100.000 corone d’oro per la cattura di Tito e una analoga per quella di Mihajloviæ. La stampa britannica ha dato grande risalto alla taglia sul primo, ma un solo giornale ha accennato (in caratteri minuscoli) alla taglia sul secondo, e le accuse di collaborazionismo sono proseguite. Fatti molto simili a questi si sono verificati ai tempi della Guerra civile spagnola. Anche allora le fazioni di parte repubblicana, che i russi erano ben decisi a schiacciare, furono sconsideratamente calunniate dalla stampa della sinistra britannica, che rifiutò di pubblicare, fosse anche in forma di lettera, qualsiasi dichiarazione in loro difesa. In questo momento non solo si considera deplorevole criticare seriamente l’URSS, ma in qualche caso si occulta il fatto che tali critiche esistano. Per esempio, Trockij aveva scritto una biografia di Stalin poco prima di morire. Si può immaginare che il libro non fosse immune da pregiudizi, ma ovviamente era vendibile. Un editore americano aveva preso accordi per la pubblicazione e il volume era già in corso di stampa (credo che fossero state inviate le copie-saggio per le recensioni); ma poi la Russia è entrata in guerra e il libro è stato immediatamente ritirato. Su quest’episodio non è mai apparsa una parola sulla stampa britannica, anche se l’esistenza di un libro del genere e la sua soppressione erano chiaramente notizie degne almeno di un trafiletto. E’ importante distinguere fra la censura che l’intelligencija letteraria inglese s’impone volontariamente e quella che a volte può essere imposta da gruppi di pressione. Si sa che di alcuni argomenti non si può discutere per via di «interessi particolari». Il caso più tristemente noto è il racket dei brevetti farmaceutici. Ma anche la Chiesa cattolica, che ha una considerevole influenza sulla stampa, può in qualche misura ridurre al silenzio le critiche che le vengono rivolte. Uno scandalo che veda coinvolto un prete cattolico non viene quasi mai pubblicizzato, mentre un prete anglicano che si metta nei guai (si veda il caso del rettore di Stiffkey)(4) diventa una notizia da prima pagina. È molto raro che un’opera di tendenza anticattolica venga rappresentata a teatro o portata sullo schermo. Qualsiasi attore può testimoniare come un’opera teatrale o un film che attacchino o mettano in ridicolo la Chiesa cattolica siano soggetti al boicottaggio della stampa e probabilmente destinati al fallimento. Ma questa è una cosa innocua, o perlomeno comprensibile. Ogni grande organizzazione difende meglio che può i propri interessi, e non si può obiettare a una propaganda scoperta. Non possiamo pretendere che il «Daily Worker» pubblichi fatti sfavorevoli all’URSS, così come non possiamo pretendere che il «Catholic Herald» denunci il Papa. Chi abbia un minimo di cervello conosce però il «DailyWorker» e il «Catholic Herald» per quello che sono. Il fatto inquietante è che quando entrano in ballo l’URSS e le sue varie linee politiche non c’è da attendersi una critica intelligente (e, in molti casi, neppure la semplice onestà) da parte di scrittori e giornalisti liberali che, anche senza bisogno di pressioni dirette, snaturano le proprie opinioni. Stalin è sacro, e certi aspetti della sua politica non vanno posti seriamente in discussione. Questa regola viene osservata quasi universalmente a partire dal 1941, ma era già in vigore, e in modo molto più esteso di quanto a volte si creda, da una decina d’anni. In quel periodo le critiche da sinistra al regime sovietico trovavano difficilmente ascolto. Scritti antirussi se ne producevano in quantità, ma partivano quasi tutti da un punto di vista conservatore ed erano manifestamente disonesti, superati e dettati da motivazioni meschine. Dall’altra parte c’era una fiumana, altrettanto enorme e quasi altrettanto disonesta, di propaganda filosovietica, e in pratica si registrava un boicottaggio verso chiunque tentasse di discutere in modo adulto questioni della massima importanza. Indubbiamente era possibile pubblicare libri antirussi, ma chi lo faceva poteva star certo che quasi tutta la stampa intellettuale avrebbe ignorato o mistificato le sue idee. In pubblico e in privato vi ammonivano che «non stava bene» farlo.


Magari quello che dicevate era vero, ma comunque «inopportuno» e in un modo o nell’altro «faceva il gioco» dei reazionari. Di solito si difendeva questo atteggiamento con la motivazione che il quadro internazionale e la pressante necessità di un’alleanza anglosovietica lo richiedevano: - ma questa era chiaramente una razionalizzazione a posteriori. L’intelligencija inglese aveva, almeno in gran parte, sviluppato una lealtà di tipo nazionalistico nei confronti dell’URSS e avvertiva intimamente che insinuare il minimo dubbio sulla saggezza di Stalin sarebbe stato come bestemmiare. - Ciò che avveniva in Russia andava giudicato con criteri differenti da ciò che avveniva in altre nazioni. Le interminabili esecuzioni che ebbero luogo durante le purghe del 1936-38 furono approvate da persone contrarie da sempre alla pena capitale, e si considerò corretto dare notizia delle carestie in India senza dire una parola su quelle che si verificavano in Ucraina. E se questo era vero prima della guerra, oggi l’atmosfera intellettuale non è affatto migliorata.


Ma torniamo al mio libro. La reazione della maggior parte degli intellettuali inglesi nei suoi confronti sarà molto semplice: - «Non andava pubblicato». Naturalmente, i recensori che conoscono l’arte della denigrazione non lo attaccheranno su basi politiche bensì su basi letterarie. Diranno che si tratta di un libro monotono e stupido, di uno scandaloso spreco di carta. - Possono anche aver ragione, ma chiaramente questo è solo un aspetto del problema. Non si dice che un libro «non andava pubblicato» solo perché brutto. In fin dei conti si stampano ogni giorno quintali di porcherie e nessuno se ne preoccupa. Gli intellettuali inglesi, almeno in buona parte avverseranno questo libro perché diffama il loro Capo e perché (a loro avviso) nuoce alla causa del progresso. Se facesse l’operazione opposta non troverebbero niente da ridire, neppure se presentasse lacune letterarie dieci volte più macroscopiche. Il consenso che il Left Book Club riscosse per un periodo di quattro o cinque anni è un esempio di come gli intellettuali siano disposti a tollerare sia il linguaggio scurrile sia la scrittura sciatta pur di sentirsi dire ciò che desiderano. Il problema in discussione è molto semplice: «Qualsiasi opinione, quantunque impopolare, quantunque (perché no?) stupida, ha diritto d’udienza oppure no?». Se presentate la questione in questi termini, quasi tutti gli intellettuali inglesi sentiranno di dover rispondere affermativamente. Ma se date alla domanda una forma concreta, chiedendo: - «E anche un attacco a Stalin ha diritto d’udienza?», la maggior parte delle risposte saranno negative. In questo caso, infatti, si registra una sfida all’ortodossia corrente, e quindi il principio della libertà di parola cessa di esistere. - Ora, quando si pretende libertà di parola e di stampa non si sta chiedendo una libertà assoluta. Un qualche grado di censura deve sempre esistere, o almeno continuerà a esistere fintanto che ci saranno società organizzate. Ma la libertà, come ha detto Rosa Luxemburg, è «libertà per gli altri». È lo stesso principio contenuto nelle celebri parole di Voltaire: «Detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo». Ammesso che la libertà intellettuale, che è senza dubbio uno dei segni distintivi della civiltà occidentale, abbia un significato, tale significato è che chiunque deve avere il diritto di dire o stampare ciò che ritiene vero, purché così facendo non danneggi inequivocabilmente il resto della comunità. Fino a tempi recenti, tanto la democrazia capitalista quanto le versioni occidentali del socialismo hanno dato per scontato questo principio. Il nostro governo, come già osservato, finge ancora abbastanza di rispettarlo.

L’uomo della strada – in parte, forse, perché non è interessato alle idee al punto di divenire intollerante nei loro confronti – sostiene ancora vagamente di ritenere che ciascuno abbia il diritto alle proprie opinioni. Sono soltanto, o comunque soprattutto, i membri dell’intelligencija letteraria e scientifica quelli che cominciano a disprezzare, sia in teoria che in pratica, quella libertà su cui proprio loro dovrebbero vigilare. Uno dei fenomeni peculiari del nostro tempo è quello del liberale rinnegato. Oltre e al di là della nota asserzione marxista secondo cui la «libertà borghese» è un’illusione, circola ora una diffusa tendenza a sostenere che si possa difendere la democrazia con metodi totalitari. Il ragionamento è questo: - se si ama la democrazia bisogna schiacciarne i nemici con qualsiasi mezzo. - E chi sono i nemici della democrazia? A quanto pare non sono coloro che l’attaccano apertamente e scientemente ma quelli che la mettono «oggettivamente» in pericolo diffondendo dottrine sbagliate. In altre parole, la difesa della democrazia comporta la distruzione di qualunque indipendenza di pensiero. Quest’argomento è stato usato, per esempio, per giustificare le purghe in Russia. Persino il filosovietico più accanito stentava a credere che tutte le vittime fossero colpevoli di tutti i crimini che venivano loro addossati: però avevano opinioni eretiche, quindi danneggiavano «oggettivamente» il regime, quindi era giustissimo non solo massacrarle ma screditarle con false accuse. Per giustificare le deliberate e reiterate menzogne che durante la guerra di Spagna circolarono sulla stampa di sinistra contro i trockijsti e altre minoranze repubblicane è stato usato lo stesso argomento, successivamente rispolverato per sbraitare contro l’habeas corpus(5) quando nel 1943 Mosley è stato rimesso in libertà.(6) Molti non capiscono che stanno incoraggiando metodi totalitari che un giorno potrebbero essere usati contro di loro anziché a loro vantaggio. Se imprigionare i fascisti senza processo diventa una prassi normale, non è detto che la cosa continui a limitarsi ai fascisti. Subito dopo la fine della messa la bando del «Daily Worker»(7) ho tenuto una conferenza a un corso per operai in un quartiere meridionale di Londra. Il pubblico era costituito da intellettuali di estrazione operaia e piccolo-borghese – lo stesso tipo di pubblico che un tempo frequentava i circoli del Left Book Club. Nel mio discorso avevo fatto cenno alla libertà di stampa, e, alla fine, con mio grande stupore, molti dei presenti si alzarono e mi chiesero se non pensassi anch’io che la revoca della messa al bando del «Daily Worker» fosse un grave errore. Quando domandai perché, risposero che era un giornale di dubbia lealtà e che non bisognava permettere che uscisse in tempo di guerra. Mi trovai a difendere proprio quel «Daily Worker» che a più riprese aveva fatto di tutto per calunniarmi. Ma da chi avevano appreso i miei ascoltatori quel punto di vista essenzialmente totalitario? Quasi certamente dagli stessi comunisti! In Inghilterra la tolleranza e la rettitudine sono profondamente radicate, ma non sono indistruttibili, e vanno tenute vive tramite uno sforzo consapevole. Il risultato della predicazione di dottrine totalitarie è un indebolimento di quell’istinto in virtù del quale un popolo libero distingue ciò che è pericoloso da ciò che non lo è. Il caso di Mosley lo dimostra. Nel 1940, era giustissimo internare Mosley, a prescindere dal fatto tecnico che avesse commesso o no dei crimini. Combattevamo per la sopravvivenza e non potevamo tollerare che un potenziale collaborazionista circolasse liberamente. Ma quel 1943, tenerlo in carcere senza processo era una cosa indegna. È un brutto sintomo che a livello generale questo non sia stato capito, anche se va detto che le agitazioni contro la liberazione di Mosley erano in parte un pretesto per altri malcontenti, in parte dettate da faziosità. Ma in che misura l’attuale slittamento verso modi di pensiero fascisti è attribuibile all’«antifascismo» degli ultimi dieci anni e alla mancanza di scrupoli che esso ha implicato? È importante capire che l’attuale russomania non è che un sintomo del generale indebolimento della tradizione liberale in Occidente. Se il ministero dell’Informazione fosse intervenuto apertamente e con forza per proibire la pubblicazione del mio libro, la gran massa dell’intelligencija inglese non ci avrebbe trovato niente di allarmante. La devozione acritica nei confronti dell’URSS fa parte dell’ortodossia corrente, e quando entrano in gioco i supposti interessi dell’Unione Sovietica gli intellettuali sono disposti a tollerare non solo la censura ma anche la premeditata falsificazione della storia.


Basterà un esempio. Alla morte di John Reed, autore dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo, testimonianza oculare dei primi giorni della Rivoluzione russa, il copyright del libro passò, credo per disposizione dello stesso Reed, nelle mani del Partito comunista britannico. Qualche anno dopo, avendo distrutto quante più copie possibile dell’edizione originale, i comunisti britannici pubblicarono il libro in una versione rimaneggiata da cui avevano espunto gli accenni a Trockij e l’introduzione scritta da Lenin.(8) Se in Gran Bretagna fosse ancora esistita un’intelligencija radicale, una tale falsificazione sarebbe stata sbugiardata e denunciata da ogni periodico letterario del paese. Invece le proteste furono assai scarse, per non dire inesistenti. A molti intellettuali inglesi la cosa parve del tutto naturale. Questa tolleranza, per non dire questa pura e semplice disonestà, è molto più importante del fatto che l’ammirazione per la Russia sia ora tanto in voga. È molto probabile che questa moda non duri a lungo. Per quanto ne so, può anche darsi che quando questo libro verrà pubblicato, la mia opinione sul regime sovietico sarà diventata quella corrente. Ma il fatto in sé non significherebbe nulla: - cambiare un’ortodossia con un’altra non è necessariamente un progresso. - Il nemico è la mentalità da grammofono, e non conta che si sia d’accordo o meno col disco che sta suonando al momento. Conosco a menadito tutte le argomentazioni contro la libertà di pensiero e parola, conosco i discorsi di chi sostiene che non può esistere e di chi sostiene che non deve esistere. Rispondo semplicemente che non mi convincono e che per quattrocento anni la nostra civiltà si è fondata sul principio opposto. Da almeno dieci anni io sono convinto che l’attuale regime sovietico costituisca una realtà soprattutto negativa e rivendico il diritto di dirlo nonostante l’URSS sia nostra alleata in una guerra che voglio che vinciamo. Se dovessi citare un testo a giustificazione della scelta, indicherei il verso di Milton:

Secondo le note leggi dell’antica libertà.(9)

La parola antica accentua il fatto che la libertà intellettuale è una tradizione profondamente radicata, senza la quale è improbabile che esisterebbe la nostra cultura specificamente occidentale. È una tradizione alla quale molti dei nostri intellettuali stanno visibilmente voltando le spalle. Hanno accettato il principio secondo cui un libro deve essere pubblicato o soppresso, esaltato o stroncato, non in base ai suoi meriti ma a seconda dell’opportunità politica. E altri, che pur non condividono questo modo di vedere, accondiscendono per pura vigliaccheria. Si veda, per esempio, come i numerosi e chiassosi pacifisti inglesi siano incapaci di far sentire la propria voce contro il culto imperante del militarismo russo. Sostengono che ogni violenza è un male (e infatti a ogni stadio della guerra ci hanno incoraggiato ad arrenderci, o almeno a firmare una pace di compromesso); ma quanti di loro hanno mai suggerito che la guerra è un male anche se a combatterla è l’Armata Rossa? A quanto pare i russi hanno il diritto di difendersi, mentre per noi si tratterebbe di un peccato mortale. Questa contraddizione può essere unicamente attribuita al pavido desiderio di mantenere buoni rapporti con un’intelligencija il cui patriottismo è rivolto verso l’URSS piuttosto che verso la Gran Bretagna.


So che gli intellettuali britannici hanno molte ragioni per comportarsi con tanta viltà e disonestà; anzi, conosco a memoria le loro giustificazioni. Almeno però piantiamola con le baggianate sulla difesa della libertà contro il fascismo. Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire. L’uomo della strada accetta ancora vagamente tale dottrina e si comporta di conseguenza. Nel nostro Paese – non è lo stesso in tutti i Paesi: non era così nella Francia repubblicana e non è così negli odierni Stati Unitisono i liberali ad aver paura della libertà, e sono gli intellettuali a voler infangare l’intelletto. È per attirare l’attenzione su questo problema che ho scritto questa prefazione.





Il testo è stato tratto dal libro - La fattoria degli animali –

di George Orwell

edizioni classici moderni, OSCAR MONDATORI, dell'omonima

casa editrice.

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L'etichetta marxista attaccata allo scrittore è in contraddizione col pensiero orwelliano

di Isacco Luongo

per il Centro Studi Pace è Libertà


Dopo aver letto alcuni testi di quest’autore, l'aver constatato a gran meraviglia che viene annoverato ancora come scrittore marxista, mi porta chiedermi alcune domande, difficilmente giustificabili dagli omologatori di turno. Perché mi pare, che lo stesso scrittore abbia fatto di tutto per liberarsi di questa scomoda etichetta, ma da quello che appare, non mi sembra sia riuscito nonostante tutto a staccarsi da tali epiteti, questo ovviamente accade in maniera più grave più in Italia che all'estero. Così mi chiedo, un vescovo cattolico se scrivesse un libro in cui il messìa è un porco, non sarebbe una bestemmia? E questo vescovo se rimanesse convinto oppositore di tutti i postulati e dei personaggi della chiesa, potrebbe ancora conservare il ruolo di ministro della chiesa? E se fosse un imam islamico a scrivere un libro dove si verificano i medesimi accostamenti? Non succederebbe quello che è già successo al vignettista danese Kurt Westergaard? Certo la reazione islamica nei confronti di quelle vignette e dell'autore può sembrare esagerata, e persino l'ex Ministro Calderoli ha rischiato ad indossare quella maglietta con le vignette che raffiguravano il messìa islamico con le sembianze di un porco. Tuttavia, se queste suscitano indignazione, trovo che il dissenso sia legittimo, magari sproporzionato, ma giustificato dall'estremismo di certe culture. E se qualcuno dicesse dopo di essersi vestito da grande opinionista, che Kurt Westergaard, l'autore delle vignette nonostante tutto è musulmano? Chi ci crederebbe? Eppoi quale comunità musulmana sarebbe disposta ad accoglierlo nel gruppo? Specialmente se, lo stesso continuasse di tanto in tanto a disegnarne di nuove, potebbe continuare a dire di essere musulmano? Quest’argomento portato con i dovuti contrappesi alla fede marxista, lascia quantomai sconcertati. Perché qualcuno dice che George Orwell sia stato, da sempre marxista, e molti sostengono che non abbia mai cambiato idea. Ma è stata proprio questa mancanza di dubbi e questo eccessivo bisogno di ricorrere ad etichette conformistiche, omologatrici e artificiali, che mi hanno spinto a leggere i suoi libri con attenzione e pubblicare questo documento. Mi sono chiesto esattamente come faceva l'autore del testo originale, a cosa è dovuta ancora oggi tanta disonestà intellettuale. Così mi son preso la briga di evidenziare le sue parole in grassetto e di sottolineare alcuni brani che ritengo degni di riflessione. Contestualizzando, l'autore invece di scrivere romanzi anti-nazisti, oppure più genericamente parlando anti-totalitari, stranamente scelse, in un momento cruciale, con un coraggio da leone, proprio durante la seconda guerra mondiale, quando ancora si sentiva su Londra l'eco dei botti del cannonismo nazista, di prendere di mira l'alleato di allora, ovvero la Russia di Stalin. Questo avvenne durante la stesura del romanzo, all'incirca agli inizi del 1943. E da quello che riporta il testo da lui stesso scritto, l'idea era maturata almeno cinque anni prima di quella data. Chiaramente voglio ricordare che i personaggi del romanzo rappresentano proprio quelli storici della rivoluzione comunista del 1917, e devo notare che l'autore con precisione certosina, non ha fatto sconti proprio a nessuno. Ecco alcuni esempi:

  • Il grande porco ideatore della rivoluzione “animalista” delle bestie d'Inghilterra, detto “il Maggiore”, secondo lo scrittore (George Orwell) ancora etichettato come “marxista”, rappresenta proprio Karl Marx, che muore all'inizio del secondo capitolo, quindi prima della rivoluzione capeggiata dai porci, appunto.

  • Napoleone e Palla di neve, i due porcellini da sempre in disaccordo su tutto, tranne che sulla pappa, risulterebbero ricalcare le caricature rispettivamente di Stalin e Trozkij.

  • La storia chiaramente è applicabile solo e soltanto alla prima rivoluzione comunista ovvero quella del 1917, come si afferma anche nelle prime parti di questo stesso testo.

  • L'intera storia raccontata nel romanzo, che si presta bene per essere letta anche ai bambini, non giova all'ideologia che caratterizza le sinistre marxiste, e si conclude con un tale fallimento, che da sola già basterebbe a convincere e scoraggiare chiunque intenda intraprendere la strada dell'ideologia marxista. La stessa che vista dall'autore come una sorta d'inganno, nel quale possono abboccarci solo degli stolti facilmente lusingabili, e bisognosi d'illusioni inconcludenti.

  • Ovviamente tale romanzo che dipinge i comunisti come le bestie d'Inghilterra, si trova tuttora nelle librerie impegnate, quelle più spostate a sinistra, e chiaramente sugli scaffali dell'Ipercoop. Direbbe qualcuno più di parte, ovviamente della parte opposta, pur di non rinunciare ad un autore da strumentalizzare, si farebbero anche chiamare porci questi sinistri.


Il caso di Wikipedia, nella versione in lingua italiana, è un esempio ancora più eclatante di quello che George Orwell definiva, mistificazione delle idee, ad appannaggio delle masse incolte, di quelle che non leggono molto e quindi non approfondiscono. E' incredibile, quando si apre la pagina web e non appare nessun simbolo che dica che le informazioni sono sbilanciate. Questa bilancia, appare in altri argomenti ma non in questo caso. Così i soloni di wikipedia sono tutti d'accordo e non ci sono controversie, George Orwell è socialista, e anche marxista. Senza alcun tentennamento Wikipedia riesce ad affermare quest'eresia con ricchezza di fonti e di contenuti. Ma questo solo e soltanto nella versione in lingua italiana. Rispetto a Wikipedia devo ammettere che la versione in lingua polacca è decisamente più bilanciata di quella in lingua italiana, inoltre i suoi romanzi non oltrepassavano la cortina di ferro e non potevano essere letti da russi, ucraini, polacchi, ungheresi e Cecoslovacchi, prima della caduta del muro nel '89.  Eppoi non so se in Cina la censura consenta la lettura di questo autore (ironicamente) “marxista”. Voglio dire che è marxista solo per la versione italiana di Wikipedia, e giusto a titolo d'esempio voglio riportare quello che scrive wikipedia (italiana), questo perché sia noto a tutti in che mani equilibrare e oneste viene posta la nostra cultura. Tratto da Wikipedia nella versione in lingua italiana:

Orwell condusse sempre la sua attività letteraria in parallelo con quella di giornalista e attivista politico. Era e rimase sempre d'ispirazione marxista ma la presa di coscienza, anche in seguito a tragiche esperienze personali, delle contraddizioni e degli errori del comunismo realizzato in Unione Sovietica sotto Stalin lo portarono a essere antisovietico e antistalinista, scontrandosi così con una consistente parte di sinistra europea.


Ovviamente nessun anti-comunista avrebbe potuto mai scrivere una parodia così dispregiativa dell'ideologia marxista che potesse competere con il romanzo orwelliano, nessun oppositore al marxismo avrebbe potuto disprezzare maggiormente tale ideologia più di quanto abbia fatto lo stesso Orwell. E va oltremodo notato, che lo stesso autore a scanso d'equivoci, sembra che abbia specificato bene il perché di tale avversione al comunismo. E le ragioni dei massacri e delle purghe comuniste specificamente riportate in questo testo sono argomenti che vanno ben oltre le tragiche esperienze personali. Anzi, queste ultime non vengono quasi mai menzionate, e per quel che ci è dato sapere lo scrittore non volle mai rilasciare una biografia autorizzata, però alle future generazioni dotate di grande senso d'onestà intellettuale lasciò il suo romanzo come messaggio  molto chiaro, che attende di essere letto nella maniera giusta, ma questo è ancora lontano dal divenire realtà.


E una volta letti alcuni suoi romanzi, nonché i suoi carteggi che ancora girano in rete e non solo in rete, non mi resta che prendere le mie opportune e personali conclusioni. Ritengo in piena libertà di coscienza, di posizionare il pensiero orwelliano maturo, come lui stesso affermava, dal 1936 in una direzione diversa, che non era quella dettata col megafono marxista. Così se mi permetto di definirlo – un pentito e un anti-comunista – non credo di far dispiacere alla memoria e al messaggio che l'autore con dovizia di particolari, e con appassionata abilità si è premurato di tramandare a noi tutti. A tutto questo mi sento ancora di aggiungere, che il suo equilibrio e la sua spiccata lealtà, non gli consentirono trasformismi, però di una cosa possiamo essere certi, difese a spada tratta l'idea di Winston Churchill che divenne Winston Smith nel suo ultimo capolavoro, dal titolo “1984”. anche in quel romanzo Orwell si dimostra un tenace oppositore al socialismo, che lui stesso chiamava, disprezzandolo – socing – nel romanzo. Ma questa è un altra storia che merita un approfondimento che esulerebbe dagli scopi di questo testo. E ricordiamo che, proprio come lo stesso Winston Churchill, rimase convinto sostenitore di quell'occidente che si trovava nell’area libera e sempre all'esterno della cortina di ferro e del blocco comunista nei tempi della guerra fredda. E nessuna persona dotata di buonsenso può ancora collocare il suo contributo di libertà dal marxismo, come entità conforme al marxismo stesso.

E comunque voi lettori la pensiate in riguardo, seguendo le sue parole, e la naturale espressione dello scrittore, non mi resta altro da dire, solo una frase sulla quale riflettere:

«Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario.»

George Orwell

Un grande scrittore anti-comunista

censurato in tutti i paesi dell'est fino al 1989

ebbe problemi persino in Inghilterra

Questo perché era marxista lui?

Oppure perché erano

marxisti loro?




(1) Orwell scrisse The Freedom of the Press nel 1945 con l’intento di premetterlo alla prima edizione della Fattoria degli animali. L’editore non lo inserì, anche se la numerazione delle bozze di stampa rivela che lo spazio per l’introduzione era stato previsto. Il saggio è stato pubblicato per la prima volta il 15 settembre 1972 sul «Times Literary Suplement» con introduzione di Bernard Crick.

(2) Il ministero dell’Informazione, con cui Orwell ebbe rapporti molto problematici, venne creato allo scoppio della guerra e si era stabilito nei locali della Senate House, Università di Londra. Ebbe fama di essere al tempo stesso disorganizzato e miope nelle sue censure, oltre che diffidente nei confronti dei giornalisti e degli scrittori che impiegò.

(3) Il generale Draža" Mihajloviæ(1893?-1946) guidò operazioni di guerriglia contro i nazifascismi durante la Seconda guerra mondiale. Entrò in contrasto con Tito e non ottenne l’appoggio degli Alleati. Alla fine del conflitto fu processato per tradimento e giustiziato.

(4) Peter Davison ci narra in una nota la penosa storia del reverendo Harold Davidson, rettore di Stiffkey, a Norfolk. Accusato di pratiche immorali, fu ridotto allo stato laicale dal tribunale ecclesiastico di Norwich. Trascorse gli ultimi anni della sua vita facendo l’intrattenitore, finché nel 1937, nel corso di un’esibizione circense dentro la gabbia dei leoni, fu sbranato e ucciso, morendo in modo amaramente paradossale, come un martire protocristiano.

(5) Nei paesi anglosassoni è l’insieme delle norme giuridiche, attestate fin dal XIII secolo, che garantiscono

la libertà personale del cittadino. Sospeso in periodi di emergenza politica o sociale, l’Habeas Corpus Act

esteso nel 1679 da Carlo II a tutti i sudditi – dispone che non si venga incarcerati sulla base di semplici sospetti o che si resti detenuti per un periodo di tempo indefinito.

(6) Oswald Ernald Mosley (1896-1980), ex conservatore ed ex laburista, fondò nel 1932 l’Unione Britannica dei Fascisti. Fu arrestato dal governo nel 1940, all’inizio della guerra, e rimesso in libertà nel 1943.

(7) Dal 22 gennaio 1941 al 6 settembre 1942 il governo inglese aveva soppresso il quotidiano comunista

«Daily Worker».

(8) Davison sottolinea che non sussistono prove dell’esistenza di tale edizione rimaneggiata del libro di Reed. Ricorda però che nel 1937 (ventesimo anniversario della Rivoluzione russa), al «News Chronicle», che intendeva pubblicare a puntate I dieci giorni che sconvolsero il mondo, il Partito comunista britannico si riservò di accordare il permesso solo se fosse stato espunto ogni riferimento a Trockij. Come si vede, la sostanza dell’argomentazione di Orwell non cambia poi tanto.

(9) «By the known rules of ancient liberty». È il secondo verso del dodicesimo dei Sonnets (1645) di John Milton. La poesia parla, significativamente, di coloro che chiedono a gran voce la libertà «in modo dissennato, / eppure si ribellano quando la verità intende liberarli».


LA LIBERTÀ DI STAMPA di George Orwell (in PDF)

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novembre